“La Killer application di un media non sarà né lo hardware né il software, ma l’uso ch ne faranno gli utenti per produrre”
Howard Rheingold
Le autostrade dell’innovazione
Oggi vorrei trattare un argomento al quanto complesso e di particolare, e a me particolarmente a cuore: Next Generation Network (Ngn) e digital divide.
Lo spunto l’ho preso da un articolo (Guai a costruire reti nel deserto – di Francesco Sacco) pubblicato su Nova24 lo scorso giovedì.
Negli ultimi tempi di Ngn se ne è parlato molto e per diversi motivi. In primo luogo si tratta di reti che non hanno limitata capacità e che quindi anche nel lungo periodo non rischiano la così temuta saturazione di cui tanto parlano gli analisti. In secondo luogo hanno dei costi di manutenzione molto bassi rispetto alle reti in rame che oggi sono le sole che garantiscono l’accesso alla maggior parte degli italiani internauti. Il problema è che l’investimento necessario a implementarle è molto alto e i ritorni economici (per quel che riguarda il nostro paese) non sembrano giustificarlo. Insomma si tratta della solita storia. L’Italia dal punto di vista dell’infrastrutturazione per internet (forse sarebbe più corretto parlare in termini di infrastrutturazione generale) è da sempre stata un paese dalla caratteristiche particolari. Abbiamo un solo operatore che possiede l’ultimo miglio e che detiene l’infrastruttura base per internet, perchè fino a dieci anni fa di proprietà dello Stato. Naturalmente una volta diventato privato la vocazione alla garanzia dell’accesso per tutti è stata sopraffatta dalla vocazione ai profitti e alla lotta alla concorrenza. Di qui ne è derivato un grande ritardo per l’Italia. In primo luogo dal punto di vista tecnologico, perchè l’Autorità Garante per le Telecomunicazioni non potendo stare a guardare il potere dell’ex monopolista, stabilì che tutte le innovazioni (intese come ampiezza di banda garantita per l’accesso ad internet) che questo metteva a disposizione dei cittadini dovevano essere rese accessibili (all’ingrosso) anche ai suoi concorrenti, che a esso devono far capo per poter operare (non possedendo un’infrastruttura completa e diffusa come quella dell’ex monopolista, in pratica ne devono chiedere “pezzi” in affitto), al prezzo scontato di un tot % (prima era del 40%, ma ora credo sia sceso al 35%). Allora ha avuto tutti i vantaggi di poter decidere il come e il quando in relazione alle sue necessità. In pratica il nostro operatore ha fatto il bello e il cattivo tempo nella scelta selle tecnologie disponibili al tempo, addirittura ritardando, quando possibile, l’immissione nel mercato di nuove. Il secondo problema, forse più grave del primo è il digital – divide che ha smosso gli animi di diversi cittadini spingendoli ad associari come nel caso degli Anti Digital Divide. Non essendoci nessun obbligo per gli operatori di garantire l’accesso ad internet a tutti (dal 2005 la Commissione Europea ha dichiarato che l’accesso alla banda larga è un servizio universale), molte zone del paese sono rimaste scoperte, e molte persone non hanno avuto la possibilità di sperimentare l’enorme potenzialità di questa tecnologia dell’informazione. Il digital divide è conseguenza della bassa appetibilità economica che certe zone del nostro paese hanno in termini di ritorno degli investimenti necessari all’ammodernamento di un’infrastruttura che oramai appartiene all’altro secolo. Certo bisogna anche considerare l’alfabetizzazione informatica, ma io credo che quando si parla di aumentare la partecipazione alla società dell’informazione in Italia, non si può prescindere dalla disponibilità effettiva dei mezzi necessari ad un accesso degno di essere considerato tale, di qualità garantita e che quindi permetta di usufruire del mezzo senza troppe frustrazioni, e che dimostri l’effettiva convenienza (in termini anche di comodità) dell’accesso diretto all’informazione di cui si necessita. Aumentando le pratiche all’accesso, promuovendo i vantaggi della rete presso tutti i cittadini dell’intero paese, incentivare l’utilizzo è il miglior modo per assicurarsi un effettivo ritorno sugli investimenti di infrastrutturazione che, a sua volta potrebbe fungere da acceleratore per la posizione italiana nel mondo. Se di Ngn si deve parlare, mi auguro che sia fatto con uno sguardo al passato (forse sarebbe meglio dire presente), per poter imparare da questo gli errori gestionali e strutturali commessi in ambito di infrastrutturazione in senso globale, visto i problemi non mancano nell’ambito delle altre utility. Nell’era della rivoluzione dell’informazione l’Italia non dispone del suo motore, ma non dispone completamente (efficientemente) neanche di quelli che furono i motori della rivoluzione industriale. La digitalizzazione se promossa come si deve potrebbe far fare un bel passo avanti a tutte le zone che da diversi anni vivono in una situazione produttiva a dir poco statica, per far questo c’è bisogno di accesso indiscriminato alla conoscenza, ai mezzi e alla capacità di utilizzo.






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