•marzo 11, 2007 • Lascia un commento

 

cyberspace.jpg“La Killer application di un media non sarà né lo hardware né il software, ma l’uso ch ne faranno gli utenti per produrre”

Howard Rheingold

 

Le autostrade dell’innovazione


Oggi vorrei trattare un argomento al quanto complesso e di particolare, e a me particolarmente a cuore: Next Generation Network (Ngn) e digital divide.

Lo spunto l’ho preso da un articolo (Guai a costruire reti nel deserto – di Francesco Sacco) pubblicato su Nova24 lo scorso giovedì.

Negli ultimi tempi di Ngn se ne è parlato molto e per diversi motivi. In primo luogo si tratta di reti che non hanno limitata capacità e che quindi anche nel lungo periodo non rischiano la così temuta saturazione di cui tanto parlano gli analisti. In secondo luogo hanno dei costi di manutenzione molto bassi rispetto alle reti in rame che oggi sono le sole che garantiscono l’accesso alla maggior parte degli italiani internauti. Il problema è che l’investimento necessario a implementarle è molto alto e i ritorni economici (per quel che riguarda il nostro paese) non sembrano giustificarlo. Insomma si tratta della solita storia. L’Italia dal punto di vista dell’infrastrutturazione per internet (forse sarebbe più corretto parlare in termini di infrastrutturazione generale) è da sempre stata un paese dalla caratteristiche particolari. Abbiamo un solo operatore che possiede l’ultimo miglio e che detiene l’infrastruttura base per internet, perchè fino a dieci anni fa di proprietà dello Stato. Naturalmente una volta diventato privato la vocazione alla garanzia dell’accesso per tutti è stata sopraffatta dalla vocazione ai profitti e alla lotta alla concorrenza. Di qui ne è derivato un grande ritardo per l’Italia. In primo luogo dal punto di vista tecnologico, perchè l’Autorità Garante per le Telecomunicazioni non potendo stare a guardare il potere dell’ex monopolista, stabilì che tutte le innovazioni (intese come ampiezza di banda garantita per l’accesso ad internet) che questo metteva a disposizione dei cittadini dovevano essere rese accessibili (all’ingrosso) anche ai suoi concorrenti, che a esso devono far capo per poter operare (non possedendo un’infrastruttura completa e diffusa come quella dell’ex monopolista, in pratica ne devono chiedere “pezzi” in affitto), al prezzo scontato di un tot % (prima era del 40%, ma ora credo sia sceso al 35%). Allora ha avuto tutti i vantaggi di poter decidere il come e il quando in relazione alle sue necessità. In pratica il nostro operatore ha fatto il bello e il cattivo tempo nella scelta selle tecnologie disponibili al tempo, addirittura ritardando, quando possibile, l’immissione nel mercato di nuove. Il secondo problema, forse più grave del primo è il digital – divide che ha smosso gli animi di diversi cittadini spingendoli ad associari come nel caso degli Anti Digital Divide. Non essendoci nessun obbligo per gli operatori di garantire l’accesso ad internet a tutti (dal 2005 la Commissione Europea ha dichiarato che l’accesso alla banda larga è un servizio universale), molte zone del paese sono rimaste scoperte, e molte persone non hanno avuto la possibilità di sperimentare l’enorme potenzialità di questa tecnologia dell’informazione. Il digital divide è conseguenza della bassa appetibilità economica che certe zone del nostro paese hanno in termini di ritorno degli investimenti necessari all’ammodernamento di un’infrastruttura che oramai appartiene all’altro secolo. Certo bisogna anche considerare l’alfabetizzazione informatica, ma io credo che quando si parla di aumentare la partecipazione alla società dell’informazione in Italia, non si può prescindere dalla disponibilità effettiva dei mezzi necessari ad un accesso degno di essere considerato tale, di qualità garantita e che quindi permetta di usufruire del mezzo senza troppe frustrazioni, e che dimostri l’effettiva convenienza (in termini anche di comodità) dell’accesso diretto all’informazione di cui si necessita. Aumentando le pratiche all’accesso, promuovendo i vantaggi della rete presso tutti i cittadini dell’intero paese, incentivare l’utilizzo è il miglior modo per assicurarsi un effettivo ritorno sugli investimenti di infrastrutturazione che, a sua volta potrebbe fungere da acceleratore per la posizione italiana nel mondo. Se di Ngn si deve parlare, mi auguro che sia fatto con uno sguardo al passato (forse sarebbe meglio dire presente), per poter imparare da questo gli errori gestionali e strutturali commessi in ambito di infrastrutturazione in senso globale, visto i problemi non mancano nell’ambito delle altre utility. Nell’era della rivoluzione dell’informazione l’Italia non dispone del suo motore, ma non dispone completamente (efficientemente) neanche di quelli che furono i motori della rivoluzione industriale. La digitalizzazione se promossa come si deve potrebbe far fare un bel passo avanti a tutte le zone che da diversi anni vivono in una situazione produttiva a dir poco statica, per far questo c’è bisogno di accesso indiscriminato alla conoscenza, ai mezzi e alla capacità di utilizzo.

•marzo 9, 2007 • Lascia un commento

 

la reteLa lotta per lo sviluppo (delle singole democrazie, ma, in esteso dell’intera civiltà umana) si gioca su questa ipotetica retta che dal grado zero di informazione conduce all’informazione esaustiva eprecisa. Spostare anche solo di un punto la posizione di milioni di individui significa compiere un grande passo per l’umanità.
Giuseppe Granieri, Blog Generation

Il Markimonio

 

Ieri ho avutola possibilità di seguire un interessante dibattito all’Accademia di Comunicazione (un posto veramente carino in cui si respira aria di idee fresche e poco ingessate). È stata una bella parentesi di colore, e gli argomenti, come i relatori, affatto noiosi. Gli argomenti trattati sono perfettamente in linea con il post precedente e per questo mi fa piacere riprenderli.

 

Ha aperto il dibattito il prof. Tagliaferri (preside dell’Accademia).

 

L’intervento introduttivo è stato tutto centrato sull’incontro tra la rete e la comunicazione. Come oramai è ben noto, questo incontro ha dato vita a diversi e innovativi filoni di lavoro che hanno avuto numerosi sviluppi. Contestualmente si è manifesta la debolezza del mercato e si sono instaurati nuovi concetti: fedeltà e fiducia verso le persone che ci stanno attorno, personalizzazione (in contrapposizione al mercato spersonalizzato). Sono diventati d’uso anche altri modi di intendere gli scambi: economia del dono, tribal, informazione non commerce. Tutte cose impensabili fino a poco tempo fa. L’informazione che non è più una merce, ma crea le condizioni per generare altra informazione che crea nuova merce.

 

Per Blanco ciascuno di noi ha infiniti inconsci e infinite comunità (neocomunità). Ma il problema principale stà nel trovare un modello previsionale da applicare a tutto ciò. La meccanica quantistica e la logica dicono che si possono fare, l’approccio cinese alla modalità di espressione della dinamica dialettica della guerra ci dice che si può fare, ma quali paradigmi usare? Intanto lo scenario si fa più complesso nasce la modalità olografica della rappresentazione, una terza dimensione, un nuovo schermo, che va in rete e che può far comparire immagini dappertutto (in una sala di fianco c’è il macchinario che produce gli ologrammi). Si tratta di un’ulteriore nuova esperienza, molto diversa anche da Second Life (forse già superata prima ancora che un’istituzione riesca a capirne il funzionamento). Per questo bisogna adottare una modalità della teoria della prassi per sistematizzare i nuovi tipi di comunicazione. Bisogna imparare a guardare a questi nuovi mondi per capire le nuove frontiere della comunicazione senza averne paura, per capire cosa funzione e cosa non funziona. È questo lo scopo dell’incontro, è questo, per gli organizzatori della conferenza, il markinomio: il nuovo patrimonio.

 

A questo punto tocca a Bernard Covà (tra l’altro autore di “Tribal Marketing”)

 

Il professore inizia il suo intervento citando Stephen Brown che dice: “Il miglior marketing è quello di Herry Porter. Bisogna fare Porter marketing”. Nel caso di Wizard: Harry Potter Brand magic l’analista Stephen Brown ha puntualizzato che un simile successo è da attribuire in parte anche a una strategia di marketing che disattende tutte le norme dell’industria. La promozione di un nuovo libro di Harry Potter è basata infatti unicamente sul fatto che non si conoscono i contenuti. Le anticipazioni ai giornalisti sono pilotate ad arte. Si comunica ad esempio il titolo del nuovo libro, come sarà la grafica della copertina, oppure quale sarà la prima frase, oppure si fanno vaghi accenni alla trama: tutte cose che depistano riguardo alla vera storia del nostro eroe. Non vengono distribuite copie in anticipo per evitare che eventuali critiche possano rovinare la sorpresa. Le apparizioni di Bowling sono inoltre accuratamente selezionate e diventano immancabilmente degli eventi. Un team di legali controlla che non si aprano falle sul fronte della sicurezza e che eventuali copie del nuovo libro cadano nelle mani dei giornalisti.

 

 

Tra gli anni ’80 e ’85 tutte le convinzioni sul marketing, (come quella che lo considerava una disciplina per la risoluzione di qualsiasi tipo di problema – come affermava Porter) hanno iniziato ad entrare in crisi. Fino ad allora il marketing tradizionale era considerato l’unico vincente. Una frattura importante fu causata dall’episodio di new Cocke (la nuova Coca cola), un vero e proprio fallimento per l’azienda, a cui hanno contribuito i cambiamenti postmoderni della società. Per far fronte alla concorrenza della Pepsi, la Coca cola condusse un immenso studio di mercato (seguendo passo per passo le istruzioni dei manuali di marketing di Kotler) in cui si chiedeva ai consumatori americani come volevano la nuova Coca cola. Si scoprì il bisogno di una Coca cola diversa, più simile alla Pepsi. Appena la new Cocke fu immessa sul mercato non piacque a nessuno, neanche ai consumatori che avevano partecipato alla ricerca. Avvennero addirittura manifestazioni di piazza che chiedevano il ripristino del vecchio prodotto.

 

Anche per questo il 1985 è considerato l’anno della crisi del marketing, di lì in poi nasceranno una miriade di termini per identificare il marketing rigenerato da se stesso (alcuni di successo altri no): event – marketing, emotion – marketing, street – marketing, permission – marketing, tribal – marketing, guerrilla – marketing. I risultati sui consumatori sono disastrosi. Grazie alla tecnologia i consumatori hanno maggiore controllo sull’informazione e sulla loro vita. Secondo il rapporto Yankelovich 2005 più del 60% dei consumatori sono innervositi dal marketing. Negli ultimi quaranta anni la resistenza da parte dei consumatori al marketing è aumentata. La nuova parola d’ordine per abbattere questa barriera è il rispetto. Gli “anti – marketing” non attaccano il mercato, ma sono stufi del marketing e della pubblicità. Nel frattempo ai cambiamenti sociali si sono aggiunti i cambiamenti tecnologici. Le persone non possono essere più considerate solo ricettori perché per loro il vero piacere è emettere messaggi. Si tratta della Generazione Y, dei citizen marketers.

 

Una case history interessante è e quello dei filmati Mentos – Coca cola.

Con questo filmato sono state le aziende ad essere coinvolte dai consumatori. La Mentos è stata felicissima di cogliere la palla al balzo, aprendo una sezione per i video dei consumatori sul suo sito. La Coca cola, che inizialmente non ha apprezzato l’iniziativa, vedendo la reazione della Mentos, ha pensato di ingaggiare glia autori del primo video (di EepyBird). Ma non interpretando bene gli avvenimenti gli ha commissionato la produzione di video tradizionali sul prodotto.

 

Però è importante sottolineare che gli anti – marketing sono pro – marca. Queste persone adorano le marche perché queste sono necessarie alla definizione delle loro identità. Per i consumatori le marche hanno una vita e la loro evoluzione sfugge alle aziende.

 

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•marzo 7, 2007 • Lascia un commento

Flog

danger flogNon c’è modo migliore per iniziare se non parlando proprio di blog.

È di queste settimane la notizia che
la Commissione europea ha dichiarato l’illiceità dei falsi blog, ossia dei non-blog, che trasgrediscono tutte le regole che stanno alla base di questa piattaforma. Gestiti e curati dalle aziende per promuovere la loro immagine o qualche loro prodotto cercano di attrarre l’attenzione tramite la creazione di finiti gruppi di interesse al fine di generare consenso e soprattutto l’acquisto.

Quelli che una volta erano considerati semplici diari personali di persone vogliose di condividere i propri pensieri con la popolazione della rete in poco tempo si sono trasformati in un potente mezzo di comunicazione capace di scavalcare il rumore di fondo provocato dai media tradizionali. I blog hanno fatto emergere, o reso visibile, una rivoluzione latente, quella della mediazione senza media.

Numerose ricerche degli ultimi anni hanno dimostrato che le persone si fidano sempre di più dei loro pari. Ma questa non è una novità (i consigli disinteressati di amici e parenti sono sempre stati più credibili di pubblicità e promozioni – che invece potrebbero guadagnarsi l’interesse degli utenti con creatività e convenienza). La novità è la possibilità che l’evoluzione tecnologica ha dispensato. L’internetworking a livello globale, è questa la novità. Ora – esulando dai problemi del digital divide infrastrutturale che ancora affligge il pianeta, e il nostro paese in particolare – è possibile reperire informazioni e consigli e condividere esperienze sui più disparati argomenti. Questo fenomeno, che cresce di mese in mese, non poteva passare inosservato a chi con la comunicazione ci lavora, e ci fa i soldi. La capacità “ri-creativa” degli utenti di internet si è dimostrata così prolifera da venir emulata (se non sfruttata) dal mondo della produzione.

Ed ecco allora che nel regno del “disinteresse” si insinuano i cacciatori di consenso e profitto. Fino a qui non c’è niente di male, ma se questo vuol dire trarre in inganno e strumentalizzare bèh allora qualche problema si pone.

Invece, in questo periodo storico, le aziende dovrebbero e potrebbero cavalcare l’onda e incamminarsi nella nuova direzione che la comunicazione a preso: informalità, interattività, creatività. Il fenomeno di YouTube ne è una dimostrazione (anche se, considerando i video “professionali” che hanno avuto successo risulta più radicato all’ambito dell’adv., l’utilizzo dei blog, diversamente, si muove di più nell’ambito delle pr).

Creare discussioni attorno al proprio marchio – prodotto senza avere la paura di ricevere critiche, ma anzi considerandole opportunità di miglioramento, stabilire un’iterazione costante con le persone, innescando un meccanismo di open source e di coinvolgimento attivo potrebbe essere un ottimo investimento di immagine che guarda ad un periodo di lungo termine, che mira all’acquisizione di un’autentica fiducia. La partecipazione e l’ascolto, è questo quello che il popolo della rete chiede e dimostra di apprezzare, e quello che potrebbero fare le aziende più pigre…ascoltare, capire e trarre vantaggio dalla nuova conoscenza.

Certamente l’attuazione del divieto della Commissione ha dei limiti strutturali, ma ha il merito di indurre alla riflessione a chi vuole adottare nuove strategie comunicative, e perchè no, potrebbe essere da stimolo alla ricerca di nuove forme di utilizzo del mezzo peer to peer per eccellenza, come lo è stato per il nuovo marketing.

•febbraio 12, 2007 • Lascia un commento

E fu…..Il Principio

Dopo un’estenuante gestazione, posso finalmente iniziare a trascrivere i miei pensieri in questo luogo che da ora in poi eleggo mia memoria virtuale.

Prima di cominciare, però, vorrei dargli un inizio…un principio. Non che questo debba intendersi come prologo, piuttosto come una dichiarazione di intenti, un’attribuzione di senso.

Sicuramente si tratterà di una palestra per l’occhio della mia mente.

Un punto di vista astratto e virtuale proprio come astratta e virtuale è la rete.

Si tratterà di un occhio sugli usi, le stravaganze, le tendenze e le innovazioni della comunicazione hyper (= testuale, audiovisiva, astratta).

Un diario dei diari. Un aggregatore di significati che hanno senso solo se contestualizzati nell’immateriale realtà delle stringhe di zero uno che ne costruiscono i riferimenti. Pur cercando di non cadere nell’autoreferenzialità che spesso caratterizza questi “dove”.

Non mi propongo di scrivere nulla di oggettivo, sono così coinvolta emotivamente e così presa dal fascino delle nuove frontiere della comunicazione da non poter ambire ad abbandonare la mia soggettività. D’altronde l’occhio che guarda è il mio.

Anche se si tratta di un occhio espanso, non rigidamente radicato ad una singola orbita, e libero da legami con la materia, il suo centro di elaborazione è pur sempre la mia testa, e lì le informazioni raccolte possono prendere connotazioni differenti a seconda dell’emisfero che le elabora.

Inoltre il format dei blog non ha mai nascosto la sua vocazione di diario personale, né io ho intenzione di alterarne la natura, ma anzi di servirmene in tutte le sua potenzialità.

Il rich-media per eccellenza è sempre stato il nostro cervello che ora con le nuove tecnologie ha la possibilità di estendere le sue sinapsi oltre…e di manifestarsi in innumerevoli modi diversi ad eguali condizioni. Qui voglio potenziare la mia osservazione e trattarla come una fotografia vista da mille coppie di occhi con altrettanti vissuti diversi, così come un solo sguardo si presta ad un’infinità di interpretazioni.

 
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