Flog
Non c’è modo migliore per iniziare se non parlando proprio di blog.
È di queste settimane la notizia che
la Commissione europea ha dichiarato l’illiceità dei falsi blog, ossia dei non-blog, che trasgrediscono tutte le regole che stanno alla base di questa piattaforma. Gestiti e curati dalle aziende per promuovere la loro immagine o qualche loro prodotto cercano di attrarre l’attenzione tramite la creazione di finiti gruppi di interesse al fine di generare consenso e soprattutto l’acquisto.
Quelli che una volta erano considerati semplici diari personali di persone vogliose di condividere i propri pensieri con la popolazione della rete in poco tempo si sono trasformati in un potente mezzo di comunicazione capace di scavalcare il rumore di fondo provocato dai media tradizionali. I blog hanno fatto emergere, o reso visibile, una rivoluzione latente, quella della mediazione senza media.
Numerose ricerche degli ultimi anni hanno dimostrato che le persone si fidano sempre di più dei loro pari. Ma questa non è una novità (i consigli disinteressati di amici e parenti sono sempre stati più credibili di pubblicità e promozioni – che invece potrebbero guadagnarsi l’interesse degli utenti con creatività e convenienza). La novità è la possibilità che l’evoluzione tecnologica ha dispensato. L’internetworking a livello globale, è questa la novità. Ora – esulando dai problemi del digital divide infrastrutturale che ancora affligge il pianeta, e il nostro paese in particolare – è possibile reperire informazioni e consigli e condividere esperienze sui più disparati argomenti. Questo fenomeno, che cresce di mese in mese, non poteva passare inosservato a chi con la comunicazione ci lavora, e ci fa i soldi. La capacità “ri-creativa” degli utenti di internet si è dimostrata così prolifera da venir emulata (se non sfruttata) dal mondo della produzione.
Ed ecco allora che nel regno del “disinteresse” si insinuano i cacciatori di consenso e profitto. Fino a qui non c’è niente di male, ma se questo vuol dire trarre in inganno e strumentalizzare bèh allora qualche problema si pone.
Invece, in questo periodo storico, le aziende dovrebbero e potrebbero cavalcare l’onda e incamminarsi nella nuova direzione che la comunicazione a preso: informalità, interattività, creatività. Il fenomeno di YouTube ne è una dimostrazione (anche se, considerando i video “professionali” che hanno avuto successo risulta più radicato all’ambito dell’adv., l’utilizzo dei blog, diversamente, si muove di più nell’ambito delle pr).
Creare discussioni attorno al proprio marchio – prodotto senza avere la paura di ricevere critiche, ma anzi considerandole opportunità di miglioramento, stabilire un’iterazione costante con le persone, innescando un meccanismo di open source e di coinvolgimento attivo potrebbe essere un ottimo investimento di immagine che guarda ad un periodo di lungo termine, che mira all’acquisizione di un’autentica fiducia. La partecipazione e l’ascolto, è questo quello che il popolo della rete chiede e dimostra di apprezzare, e quello che potrebbero fare le aziende più pigre…ascoltare, capire e trarre vantaggio dalla nuova conoscenza.
Certamente l’attuazione del divieto della Commissione ha dei limiti strutturali, ma ha il merito di indurre alla riflessione a chi vuole adottare nuove strategie comunicative, e perchè no, potrebbe essere da stimolo alla ricerca di nuove forme di utilizzo del mezzo peer to peer per eccellenza, come lo è stato per il nuovo marketing.




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